de andré come medicina

settimana scorsa, giovedì o venerdì. due ragazzini rom s’affacciano alla porta, si guardano in giro per un momento, poi entrano. uno ha forse 15 anni, anche se baffi più che accennati già gli rigano il viso. l’altro è più piccolo, sui 12 anni.

entrano e cominciano a vociare. uno, il più grande, mi mostra un foglio spiegazzato, con la foto di una presunta sorella malata. “devi darci dei soldi”, dice. il devi m’infastidisce, così rispondo di no, li invito a uscire. sempre il più grande comincia a spingermi e allora m’incazzo: lo prendo e lo porto di peso alla porta. l’altro lo segue, mi insultano e s’allontanano. io mi scopro a masticare pensieri tipo: “ma polizia di qui non ne passa mai?”. mi vergogno quasi subito.

due ore dopo scoprirò che mi hanno rubato il cellulare. tecnica perfetta: entrano in due, uno ti distrae, l’altro arraffa. racconto l’episodio a diverse persone. più d’una commenta con frasi tipo: a me stan bene tutti, ma gli zingari

e così mi convinco anch’io che disprezzare gli zingari sia socialmente accettabile, in fondo giusto. mi hanno rubato il cellulare, che cazzo.

qualche giorno dopo, lunedì sera. al circolo dei lettori c’è un concerto d’omaggio a de andré. a suonare è un gruppo giovane, quasi spaurito di fronte al gran pubblico. i musicisti prendono un paio di stecche, però sono bravi, il cantante in particolare ha una voce molto bella. sfogliano il repertorio di de andré senza quasi una parola d’introduzione. non ce n’è bisogno, i suoi testi parlano da soli, dicono.

dopo un po’ arriva khorakhanè (a forza di essere vento). dedicata agli zingari, spiegano; anzi - come fabrizio preferiva dire - ai rom. il testo comincia a parlare: dei loro campi, della loro storia e infine di loro, del loro vivere nomade. certi però si sono fermati in italia, “come un rame a imbrunire su un muro”: e questi sono loro, sono i due ragazzini, i bambini sporchi coi baffi. loro che vanno a far la carità e che a volte rubano. rubano?

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio

così ha cantato il giovane gruppo, e a me salivano brividi su per la schiena, anche se faceva caldo nella sala chiusa. e pensavo soltanto che i grandi poeti dicono cose non ovvie e forse neanche vere, ma cose che ti fanno salire i brividi. medicine contro i luoghi comuni e il comune sentire.

commenti

  • blimunda dice:

    Faber è, da sempre, quello che mi riporta indietro quando la mia intolleranza raggiunge livelli di guardia. Non appena sento che sto scivolando verso una pericolosa deriva di “signoramiachemondo” mi ripeto a memoria le sue canzoni. E’ davvero una medicina, la migliore. E a proposito, domenica sarebbe stato il suo compleanno.

  • Baltasar dice:

    Faber è stato il più grande poeta italiano del 900.
    L’ho scoperto tardi, ma è riuscito a illuminare i miei pensieri più volte.
    Ma, proprio perché è un poeta, vive e racconta le miserie della vita su un piano differente e distante dalla realtà. E’ nobile e romantica (e umana) la sua visione dei diseredati ed emarginati. La realtà però si concretizza ogni giorno davanti ai nosttri occhi. Io, stanco del politically correct, non difendo più chi non ha rispetto degli altri e di sé stesso. Anzi, credo che chi cede alla richiesta di elemosina sia in parte colpevole della loro rinuncia alla vita in una società “civile”.

  • beppe (autore) dice:

    blimunda, il compleanno m’era sfuggito… ecco perché c’è questo fiorire di libri su di lui! (alcune autentiche porcherie)
    baltasar, capisco cosa vuoi dire, ma la realtà si concretizzava ogni giorno anche davanti agli occhi di de andré… lui scriveva di puttane, banditi e rom dopo averli conosciuti. e dopo esser stato rapito dall’anonima sequestri ha cominciato a sostenere la loro causa. certo lui aveva questa sensibilità profonda e acutissima, da poeta appunto…

  • blimunda dice:

    Sì, un fiorire di libri e di iniziative, sembra che Dori “Yoko Ono” Ghezzi sia inesauribile.

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