clienti di ritorno
pare che una delle qualità del vero commerciante sia ricordarsi dei clienti: i loro nomi, i loro gusti, quelle poche informazioni personali su cui imbastire una conversazione.
ma perdio noi siamo librai, non commercianti, e abbiamo la mente piena di personaggi letterari e complesse trame e citazioni dotte; e siamo astratti, attenti ai massimi sistemi e alle geometrie che gli atomi disegnano nel buio.
i clienti, invece, (se n’è già parlato) sono pazzi. entrano e commentano: “una delusione, il libro dell’altra volta”; e si scopre poi che l’altra volta era cinque mesi fa. o pretendono sconti “perché è già la seconda volta che vengo in questo mese”. o entrano e chiedono un libro, chiarendo: “però non lo prendo subito, non ho mica i soldi“.
quest’ultima specie a torino è numerosa, e c’è anche chi entra con le mani avanti: “buongiorno, sono senza soldi. che libro mi consiglia?” o chi precisa: “sono appena stata al mercato e ho preso un etto di pomodori. vede? (mostra un sacchetto di pomodori spiaccicati) ora non ho più soldi. incredibile quanto costano, i pomodori. che mi dice di quel libro in vetrina?”
a proposito di vetrine, non sono rari i clienti fortemente allucinati. quelli, cioè, che chiedono quel manuale di orticoltura che han visto in vetrina (neanche a dirlo, non c’è) e poi, per scusarsi, giurano di voler prendere prima o poi il bel libro illustrato sui parchi africani (non esiste).
ma ovviamente ci sono un sacco di eccezioni; questo mestiere lo si fa essenzialmente per le eccezioni.
io ho un cliente bellissimo: un signore di mezz’età, assai timido, che ogni volta passa un’ora a chiacchierare di viaggi e scrittori, paesi ed etnie; poi esplode in risate secche, nervose e nel mezzo del discorso prende la porta e se ne va.
torna dopo due mesi, s’affaccia e chiede: “dov’eravamo rimasti?” e io ricordo sempre dov’eravamo rimasti: a parlare di chatwin, o a immaginare il peloponneso di fermor, o la persia della schwarzenbach. terre lontane, ma vicine alla fantasia, mondo d’elezione del libraio.
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