il brasiliano
Più di una persona sostiene che a torino, dal 10 al 14 maggio, c’era una grande fiera del libro. mi spiace essermela persa. e mi sembra anche piuttosto incredibile, visto che io, dal 10 al 14 maggio, ero al lingotto.
Forse la cosa si spiega con questo particolare: mi avevano rapito. un losco individuo noto come il brasiliano ha fatto di me una specie di involontario, e un po’ bizzoso, omino tuttofare.
Quest’anno, a differenza dello scorso, c’era solo un brasiliano dalla biblioteca di rio. il capo della biblioteca nazionale del brasile, per la precisione. un amabile uomo di mezz’età, simpatico e completamente incapace di far qualsiasi cosa senza aiuto.
Primo giorno: allo stand manca l’insegna, due tavoli, le luci, la linea telefonica.
flemmatico, il brasiliano dice: “vado a risolvere il problema”.
io resto ammirato.
lui torna dopo quattro ore. bofonchia.
io gli chiedo: “hai risolto?”.
lui bofonchia.
Verso sera mi chiede: “non sono venuti a mettere l’insegna, vero?”
io gli indico lo spazio vuoto.
lui scuote la testa e dice: “vado e risolvo”. stavolta ho qualche dubbio.
lui torna a tarda sera e bofonchia.
ri-bofonchia.
poi se ne va.
Secondo giorno: un mio collega accompagna il brasiliano all’ufficio dell’organizzazione. lui stavolta non bofonchia: strepita. minaccia di non pagare lo stand milionario. chiede di parlare con i pezzi grossi. i pezzi grossi arrivano e chiariscono: il brasile ha preso uno stand senza insegna. se vuole l’insegna la deve pagare a parte.
il brasiliano torna a bofonchiare.
Ecco: questo piccolo esempio moltiplicatelo per dieci. perché non mancava solo l’insegna ma anche la luce, il telefono, due tavoli. i libri c’erano (ho dovuti sdoganarli io, sennò sarebbero ancora a malpensa), ma senza prezzi. poi, quando tutto è andato a posto, è sparito il brasiliano. arrivavano editori, scrittori, presidenti di organizzazioni per incontrarlo. lui non c’era.
Di sera diceva: ci vediamo domani alle 9. arrivava alle 13, giusto in tempo per un veloce caffè, che lo teneva impegnato fino alle 16, poi tornava, chiedeva: “come va?” e prima della risposta se ne andava fino alle 20, quando tornava per i saluti finali.
L’ultima sera, sorridente, mi ha detto: ci vediamo domani, passo dalla tua libreria così la vedo.
non so cosa, dentro di me, ha fatto sì che gli credessi.
invece no, neanche a dirlo: non è passato.

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epperò, al Litcamp ti si aspettava, anche senza brasiliani
lo so, ma credimi se ti dico che non potevo andarmene così…
alla prossima, allora