Il deserto di México
A vederla così, Città del Messico non sembra davvero el monstruo, come qualcuno l’ha ribattezzata. La città più grande d’America, forse del mondo, con oltre venti milioni di abitanti che di solito l’attraversano tutti insieme e la rendono un inferno di chiasso, inquinamento, sporcizia.
A vederla così, le strade ampie e alberate, i marciapiedi enormi e sgombri, e tutt’intorno una specie di quiete, sembra una città piacevole e ordinata. Il primo impatto con Città del Messico (che tutti qui chiamano México e basta) è del tutto singolare. È la mattina del primo gennaio 2008: i negozi sono chiusi, la gente a letto a dormire. La città è tutta per me.
Così me la giro un poco a piedi. Il lunghissimo Paseo de la reforma, ampio, alberato. Il centro fatto di viuzze. Il parco di Chapultepec, una meraviglia verde appena a ovest del centro. Tutto si raggiunge con una camminata. El monstruo non fa poi tanta paura.
Poi, a fine mattina, arriva la gente. Prima a rivoletti, poi a piccole ondate. Tutto si anima: una parte del Paseo è bloccata per un concerto. La piazza centrale, l’immenso zócalo, è inavvicinabile. Vicino al mio albergo, invece, si sono radunati i sostenitori di Manuel López Obrador. È il candidato presidente uscito sconfitto per un capello nelle elezioni del 2006, contro l’attuale presidente Felipe Calderòn.
“Es un onor estar con Obrador”, cantano i manifestanti, mentre girano attorno a una rotonda. E - quasi un anno e mezzo dopo le elezioni - continuano a presidiare calle Juarez con una tendopoli. Oltre a un (ormai impossibile) annullamento delle elezioni, chiedono diritti per le minoranze indigene. Che in Messico sono un’infinità, storicamente riottose a integrarsi e perciò trattate malissimo.
La visita all’incredibile museo di Antropologia, che meriterebbe un paio di giorni di tempo, conclude la giornata. Oltre a essere straordinariamente ricco di informazioni, reperti, ricostruzioni, video, animazioni a computer, il museo è concepito in un modo molto intelligente. Al primo piano, ci sono informazioni sulle grandi civiltà del passato (maya, mexica, toltechi…). Il secondo piano è dedicato invece proprio alle tribù indigene, dirette discendenti di quei popoli, che spesso oggi son ridotte a minoranze etniche.
In serata prendo un bus notturno per Zacatecas, ricca città mineraria del nord. Il mio primo impatto con México mi ha lasciato una gran curiosità: non vedo l’ora di tornarci per qualche giorno (e lo farò, alla fine del viaggio!)
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Bravo Beppe! Giralo bene il Messico che poi ce lo racconti. Già è interessante questo tuo impatto con la capitale, diverso dalle solite descrizioni. Buona continuazione di viaggio!
Ola Beppe!!!
quando uscirai dal centro e magari ti addentrerai nel deserto ricordati dei famosi “porcini” indigeni..
bbbuoniiii…
ciao ciao
grazie ragazzi, ci vediamo quando torno…
jimmy purtroppo *quel* porcino mica l’ho trovato, mannaggia! ):
beppe