La capitale dell’argento
Il nord del Messico, con i suoi scenari da vecchio west, villaggi polverosi inghiottiti dal deserto, mi ha sempre affascinato. Così, prima di finir spiaggiato sulla costa del Pacifico, volevo assaggiare un po’ di nord.
E così eccomi a Zacatecas, seicento chilometri a nord ovest di Città del Messico, ha una storia affascinante e drammatica, comune ad altre città minerarie dell’America latina. Grandi miniere in cui sono morte migliaia di persone, per permettere a pochi di arricchirsi smodatamente. Prima gli spagnoli, ora i magnati messicani. Il secondo uomo più ricco del Messico, giurano qui, è proprietario di una miniera.
La città è di un’eleganza quasi eccessiva. I palazzi coloniali sono bellissimi, la chiesa un capolavoro del barocco, con una facciata sovrabbondante di decorazioni. Poche sono le costruzioni non restaurate; tra queste, ovviamente, il mio albergo (ma per dieci euro a notte non si può pretendere molto di più).
La visita alle vecchie miniere, però, è una delusione cocente. È quanto di più turistico si possa immaginare, con un trenino stile Gardaland che ti porta dentro le viscere della terra. Le quali viscere, però, sono larghe, climatizzate e ben illuminate. La miniera (chiamata El Edén) non è più attiva da molti anni. In compenso, forse con l’idea di calare i visitatori in un autentico clima minerario, a ogni angolo ci sono pupazzetti di minatori intenti a lavorar di piccone, vecchie carriole, e tutt’intorno suoni di esplosioni in dolby surruound. Tutto incredibilmente finto!
Proprio quando pensavo che non ci fosse limite al peggio, la nostra guida ci porta con orgoglio all’ingresso di un locale. È una discoteca! “Una delle cinque discoteche più originali d’America, e l’unica costruita dentro una miniera”, precisa la guida. Che poi passa a snocciolare i dettagli tecnici, la potenza del laser, l’inarrivabile acustica. Io riesco solo a pensare che in questo stesso punto in cui decine di migliaia di persone sono morte, schiacciate da tonnellate di pietra, o con i polmoni pietrificati dalla silicosi.
Sarà che i messicani hanno della morte una concezione tutta loro (la loro festa principale è il giorno dei morti), sarà che sono nichilisti, che per loro la vita no vale nada, ma comunque da Zacatecas me ne vado un po’ schifato. Diretto a Real de Catorce, cittadina fantasma che sorge ai piedi della collina sacra agli indios huicholes. Quelli, per capirci, che cercano la sapienza nel rito del peyote.

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