Sulla collina sacra

real.jpgAppollaiata in una piccola valle, con un pugno di case strette intorno a poche vie, Real de Catorce è una dei più singolari villaggi del Messico. Le strade coperte di ciottoli sbrecciati, i marciapiedi polverosi, i cavi elettrici intrecciati appena sopra le teste dei passanti: tutto sembra dire che la città è piccola, senza grande interesse. Eppure da qui, anni fa, la storia è passata.

Alla fine dell’800 le miniere d’argento della zona davano ottimi frutti. A Real c’erano belle case coloniali, un’arena per far combattere i galli (simbolo di ricchezza), persino la prima plaza de toros del Messico. Poi non si sa bene cosa sia successo, ma a cavallo della rivoluzione messicana (1910), la città è scomparsa non solo dalla storia, ma anche dalle cronache.

A Real raccontano che in quegli anni la Divisíon del Norte di Pancho Villa ha fatto del pueblito una sua roccaforte, mettendo in fuga la popolazione. E questa è forse solo una leggenda, ma sta di fatto che, in pochi anni, i suoi abitanti sono andati altrove. E Real de Catorce è rimasta un vuoto segno su una mappa, una città fantasma.

il burrito!Poi, a poco a poco, Real si è ripopolata, grazie ai suoi spettacolari dintorni (puro vecchio west) che hanno incantato registi e attori (sono diversi i film girati da queste parti). Ma c’è un’altra ragione che rende interessante Real de Catorce, e ha un nome molto evocativo: peyote.

A qualche chilometro dal pueblito, un paio d’ore di cammino, si trova il cosiddetto cerro el quemado (la collina bruciata). Qui, a maggio, gli sciamani huicholes celebrano ogni anno il rito del peyote. Che è appunto un rito, l’epifenomeno d’una religione: e chi sale al cerro se ne rende conto subito.

La salita è una versione leggera del pellegrinaggio degli huicholes, che in realtà dura settimane (visto che vivono molti chilometri più a nord). Dura un paio d’ore, appesantite più dal sole a picco che dalla pendenza. Poco male: di certo non potevo venire fino a Real de Catorce senza salire sulla collina…

Così sono partito da Real, lungo sentieri stretti e delimitati da una vegetazione rada, bruciata dal sole. Da ogni angolo pare che possa spuntare uno scorpione, o perlomeno una tarantola, tanto che all’inizio procedo con grande cautela (e un po’ di paura). Dopo forse un chilometro incontro una famiglia di indios: la giovane mamma e tre bimbetti, il più piccolo di forse 4 anni. Stanno facendo la mia strada, con ciabattine ai piedi e nessuna paura di scorpioni o tarantole. Mi vergogno abbastanza e per espiare do una mano ai bimbi in una salita difficile.

real2.jpgSalutata la famiglia, proseguo lungo salite non troppo aspre finché, superata una collinetta, la vedo. La collina sacra. Sono sicuro che è lui, il cerro el quemado. Non so perché. Ha la forma di una tartaruga: da un lato la piccola testa, dall’altro il grande guscio, in mezzo una valletta. Mi sembra una forma appropriata a una collina sacra.

In mezz’ora raggiungo la base della collina. E proprio qui, a mo’ di benvenuto, vedo un piccolo cactus rosso, di un tipo che non avevo ancora visto. Mi avvicino incuriosito. Ora, io non so bene che aspetto abbia il peyote, ma ho letto che non ha spine, mentre questo invece ne ha, parecchie. Vabbè, penso. E salgo ancora, fino alla piccola depressione che separa le due parti. Qui c’è una sorta di altare, fatto di sassi disposti in cerchi concentrici. Nell’anello più piccolo ci sono resti di offerte.

real3.jpgÈ qui che gli sciamani huicholes, disposti intorno al cerchio, stanno giorni a mangiare peyote, bere acqua e sognare. I loro sogni, le visioni che dà loro il peyote, servono per predire il futuro, prendere decisioni per la loro gente. Il peyote è molto più di una moda per neo-hippy: è una cosa seria, almeno per quanto possono essere serie le religioni.

Girello un po’ per la collina, attento a individuare i segni lasciati dagli huicholes. Alcune pietre sono ricoperte da una patina verde, che sembra muschio ma muschio non è. Le raccolgo, poi le rimetto a posto. Mi sembra che tutto debba essere trattato con rispetto, il rispetto che si deve a un luogo di culto.

Trovo altri altari, più piccoli, con in mezzo biglietti scritti in spagnolo e bruciacchiati. Sono propositi, richieste di piccole felicità. Altrove ci sono candele, foto, qualche moneta. Il peyote inevce, qualunque forma e colore abbia, non c’è. O almeno non lo vedo io. Ma quando, dopo qualche ora, torno a Real - non senza aver sbagliato sentiero una dozzina di volte - sono stanco e soddisfatto, pervaso da una strana allegria. Mi sembra d’essermi avvicinato, anche solo per un poco, a un mondo bello e lontano.

E poco importa se il prossimo viaggio lo farò in autobus.


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commenti

  • jimmy dice:

    ciao beppe!!!
    ho capito che per il peyote marca male..
    ‘naggia…
    ci credi che nella profonda lucania cè un paesaggio simile??
    pure il ciuchino!!!
    Buon proseguimento!!
    per ora la libreira è ancora in piedi!!
    A presto!!

  • leandrode dios dice:

    è bellissimo il paesaggio ke mostri nelle tue foto… ogni parola skritta da me è superflua.. sappi ke tu quella ke kiami felicita’ è meskalito ke t ha akkolo benevolente… e se avrai voglia d ritornare li.. sara’ lui a cerkarti.. nn hai bisogno ke tu cerki lui… lui trovera’ te….. asta la vista amigos……

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