Il cuore maya del Chiapas
La strada sale, sale e poi sale ancora. E quando sembra che non possa più salire, quando l’autobus è ormai avvolto dalle nuvole e comici a porti domande tipo: ‘Ma come fa l’autista a vedere la strada?’ e nessuna delle risposte ti conforta, ecco, è allora che la vedi. Da uno squarcio improvviso di sereno, in basso, molto in basso in fondo alla valle (toh, c’e’ una valle), appare San Cristobal de Las Casas.
Anche se non è la sua capitale, San Cristobal è l’anima del Chiapas. E anzi, la ragione per cui non è più la sua capitale rivela moltissimo della città. Semplicemente, sul finire dell’800, quando il Chiapas entrò a far parte del Messico (prima apparteneva al Guatemala), San Cristobal s’oppose. Non voleva avere niente a che fare col Messico ricco e pieno di gringos. Oggi, più d’un secolo dopo, tante cose soo cambiate - San Cristobal è diventata una città in qualche modo turistica, ma non ha perso nulla del suo orgoglio, del suo carattere.
E questo è ancor più vero dei villaggi indigeni che la circondano in ogni direzione. Il più interessante è probabilmente San Juan Chamula, a una decina di chilometri da San Cristobal. Per capire il grado d’impermeabilità di San Juan - impermeabilità ai tempi che cambiano, al turismo di massa - basta una noterella: le foto in questa pagina non sono mie, le ho trovate su Internet. E non sono mie perché se a Chamula provi a fotografare persone - o peggio la chiesa - prima ti spaccano la macchina fotografica, poi passano al tuo grugno. Ogni tanto qualche spocchioso di turista ne esce con le ossa rotte. Bello, vero?
A Chamula sono indigeni di etnia tzotzil. Hanno una lingua, un abbigliamento, dei costumi, una religione, un senso morale del tutto tzotzil. Spesso mescolano usanze e credenze originarie con qualcos’altro, dando vita a un originale sincretismo. Ma devono essere loro a deciderlo, sia chiaro. Che non si provi la chiesa, qualunque chiesa, a salvar loro l’anima! I convertiti sono espulsi della comunità. Un prete cattolico di tanto in tanto si fa vedere nella chiesa, ma solo pr i battesimi. Poi lo mandano via: qui facciamo da soli, grazie.
E per vedere che cosa facciano da soli, basta entrare in chiesa. Che, come avverte Antonio, la guida, da fuori è cristiana, ma dentro è maya fino al midollo. Ma nessun Antonio, nessun avvertimento può prepararti a quel che vedi dentro. La chiesa è molto semplice, un normale edificio stretto e lungo. Sarebbe buia se non ci fossero centinaia di candele a illuminarla un po’. Per terra è coperta di aghi di pino, nell’aria c’è un fortissimo odore d’incenso. Sulle pareti lunghe, sono allineati decine di piccoli altari con immagini di santi cristiani. Questo trae in inganno, perché in realtà rappresentano divinità maya. Gesù Cristo è per esempio il dio sole.
È come se questa gente avesse trovato una chiesa cristiana e - senza sapere cosa simboleggino statue e immagini - la utilizzino per i riti di un’altra religione. Ma questo è solo l’inizio. Raccolti in piccoli gruppi familiari, ognuno con un ‘portavoce’ che leva una preghiera salmodiata, i maya si purificano passandosi un uovo sodo sul corpo, offrono ai loro dei cibo misto a sangue. Il loro sangue, che fanno gocciolare in una scodella con piccoli tagli sul braccio. O il sangue sacrificale di una gallina, cui tirano il collo in chiesa, senza troppi problemi.
Per purificarsi ulteriormente, poi, i fedeli bevono. E qui ci sono due scuole: chi beve coca cola - la chiesa è piena di bottigliette - e chi preferisce un sano sorso di pox, una bevanda di loro produzione simile al rum. Ovviamente bevono fin dalla primissima mattina. Se poi un santo-divinità non soddisfa le loro richieste, nessun problema: lo mettono in castigo. Per esempio non lo portano più nelle processioni, o non gli rivolgono più la parola.
I tzotzil sono organizzati in precise gerarchie. Non ci sono preti - tranne quello cristiano, che immagino fuggire spaurito dopo ogni breve visita - ma c’è il cosiddetto majordomo. Che ha sostanzialmente un compito: quello di organizzare feste. Lo incontro fuori dalla chiesa, in piazza: un uomo ancor giovane con gli occhi completamente velati dall’alcol. È una religion strana, allegra e cupa al tempo stesso; insieme rigida e mutevolissima. Gli antichi maya non dovevano esser poi molti diversi: una civiltà raffinata e colta, di gente festosa, dall’immaginazione potente, ma con picchi di crudeltà ancor maggiori.
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