La fortezza nella foresta
“Beh, potrebbe essere un glifo maya“. La battuta è scema ma Jude ride. Mi sta facendo vedere una strana macchina che ha sulla fronte. “Ieri ho messo male la crema solare - spiega - e con la pelle da gallina che mi ritrovo…”, dice e mi mostra il complicato arrossamento. Con un po’ di fantasia ci si può vedere Chac, il dio mesoamericano della pioggia, dal gran nasone adunco. Con molta fantasia, diciamo.
Jude e Christine sono due ragazze scozzesi, che ho conosciuto a San Cristobal. Dopo un giorno in giro per la città, abbiamo deciso di andare insieme a Palenque. Da due settimane viaggiano per conto loro, due güeras (visipallidi) tra i machi messicani. Finora non hanno avuto problemi, anzi. “I messicani sono gentilissimi con le ragazze”, dicono. Il che, se frequenti un certo tipo di messicani, è sicuramente vero.
Secondo Octavio Paz, il messicano vede nella donna una funzione, non un essere umano. Per questo tende a idolatrarla, ma solo fintanto che svolge la sua funzione (stare in casa, fare figli). Per il resto, dice sempre Paz, la donna è una pericolosa chiacchierona. Il vero messicano, il macho, invece non dice nulla, è un essere chiuso o protetto da una maschera. Non svela nulla di sé e disprezza chi parla troppo. Provo a raccontare queste cose alle ragazze, mentre il bus disegna lunghi tornanti, in discesa. Non commentano granché e io penso che mi abbiano preso un po’ per un secchione. Uno che ha una libreria. Uno che legge troppo, insomma. Poco lontano da noi, un gruppo di ragazzi toscani, forse di Viareggio, urlano frasi come: “Ragazzi, oh si và a Lucca!”, “Sì, si va a Lucca a fare il culo a quei bucaioli!”; o: “Oh, autista, guida ammodino!” Stanno cercando di giocare a carte e tante curve li disturbano. E mentre Jude mi chiede “Chissà da dove vengono” e io rispondo: “Non so, mi sembrano portoghesi“, mi chiedo davvero cosa mai abbia portato questi ragazzi lontano da Lucca. Dove possono giocare a carte in pace.
Poi, quando i toscani finalmente cedono al sonno, e nella corriera tutto è silenzio (a parte l’immancabile film di Van Damme), il panorama si fa morbido, con gli alberi che costeggiano - sempre più fitti - la strada, nella luce tenue del tardo pomeriggio. Arriviamo che è sera, ma in realtà non siamo ancora arrivati, perché le scozzesi vogliono assolutamente andare a dormire a El Panchán. A due chilometri dalle rovine di Palenque, El Panchán ha una meritata fama di ritrovo hippy, fondato vent’anni fa da un appassionato di cultura maya. È un insieme di capanne in mezzo alla foresta, abitato da una cinquantina di persone in pianta stabile e da viaggiatori di passaggio. C’è qualche ristorante, popolato da personaggi pazzeschi, che raccontano storie di anime maya che vagano tra i boschi, di funghi parlanti, di città fantasma. Il tutto amplificato dall’ambientazione - in mezzo a una giungla che riempie i sensi di rumori e odori - ma anche da una quantità pressoché infinita di tequila e birra.
Svegliarsi presto, la mattina dopo, è complicato ma anche necessario. Palenque a metà mattinata si riempie di carovane di turisti, e diventa invivibile. Entrando alle 8, invece, siamo i primi a goderci le rovine. Il sito è ben ripulito (anche troppo), ma è suggestivo passeggiare tra queste antiche costruzioni maya con l’accompagnamento musicale delle scimmie urlatrici, che appollaiate tra gli alberi emettono un ruggito leonino (fino alle 11 del mattino; poi - quasi presagissero l’arrivo delle orde di turisti - improvvisamente smettono).
Queste sono le prime rovine maya che vedo, e decisamente non deludono. Il nome Palenque viene dallo spagnolo e significa fortezza. È ovviamente stato dato a posteriori dagli archeologi, per la funzione che pensavano avesse la città. Ma Palenque, oltre a un ruolo miitare, era un centro di cultura. Qui, nel Tempio delle iscrizioni, è conservata una specie di biblioteca di pietra, stele decorate con glifi (la scrittura maya, concettualmente non lontana da quella egizia) che raccontano vicende quotidiane: elezioni di re e sacerdoti, battaglie, discendenze, raccolti, feste. Sono reperti molto preziosi, soprattutto da quando, nel XVI secolo, il francescano Diego Da Landa decise di distruggere tutte le testimonianze scritte della cultura maya.
Poco lontano dal tempio, c’è il meraviglioso Palacio, che è (o almeno sembra) esattamente quel che dice il nome: un palazzo dove vivevano nobili e sacerdoti, pieno di stanze e con tanto di saune per purificarsi. Sul Palacio (a differenza del Tempio), si può salire, girellare, toccare le pietre e lasciare che - con un po’ di fantasia - ognuna racconti la sua storia. Chiudo gli occhi e provo a immaginare i sacerdoti riccamente vestiti, che dall’alto del palazzo parlano con i loro dei. Sotto, intanto, s’è riunita una folla di nobili, che attende il verdetto. Ci sarà abbastanza pioggia quest’anno? E i nemici saranno battuti?
Poi riapro gli occhi e noto che le scimmie hanno smesso di urlare. I primi pulman di turisti sono arrivati, Jude e Christine mi cercano da mezz’ora, mi sa che è ora d’andare.

articoli
beppe??
sssh sshh..
..Romano è caduto!
..a lunedi!!
va la’, me lo dici solo per farmi restare in messico
figurati se uno fidato come mastella puo’ votare contro…
lui, o un bell’uomo come dini
o uno con le idee chiare, come turigliatto
o uno… ma no, tanto mica mi freghi! io torno tra poco, nella nostra bella italia berlusconi-free.
che gioia!
ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!