Quando tutto va male

Chiunque abbia fatto un viaggio un po’ lungo sa che arriva. Tante volte sfiorato, tenuto a bada, ignorato, alla fine esso si manifesta. Il giorno in cui tutto va male. In cui, se hai qualcosa cui tieni, la perdi. Se c’è una persona cui ti sei affezionato, se ne va. Se c’è un posto dove vorresti proprio andare, te ne allontani. Il tutto senza volerlo, ovviamente: perché viaggio è una metafora vera della vita, e quindi sono pochissime le cose che controlli.

Dopo Palenque, proseguo il viaggio da solo. Jude e Christine sono state ottime compagne di viaggio, sempre pronte alla risata. Ma io voglio vedere Calakmul, una delle meno visitate e più spettacolari rovine maya. Una città enorme, poco nota, che sorge in mezzo alla giungla. Un posto selvaggio, che nessuna corriera raggiunge. Devi trovare tu il modo d’andarci, insomma. È una sfida cui non riesco a resistere, mentre le due scozzesi, che tra 5 giorni dovranno prendere l’aereo del ritorno, preferiscono giri più sicuri. Per cui addio Jude e que te vaya bien! E adiós Christine, che tu possa diventare fotografa e scampare matrimoni (in tutti i sensi).

Salgo sull’ennesimo bus, diretto a una città piuttosto orrenda chiamata Escarcega. Di qui, devo cambiare per uno sperduto villaggio dall’impronunciabile nome di Xpujil, che ha un solo pregio: è a 120 chilometri da Calakmul. Di qui, infine, devo trovare un mezzo di trasporto, un camion, una jeep di passaggio, un cavallo brado, qualsiasi cosa.

Mentre ripasso il mio piano geniale, m’imbatto nella prima sfiga della giornata. Ho perso la mia Lonely Planet. La cerco dovunque, anche nelle tasche dei jeans (son 1.200 pagine), ma niente. Ora, c’è solo una cosa peggiore di perdere la Lonely Planet a metà di un viaggio in Messico: aver portato anche la Rough Guide. Ho sempre pensato che le Rough fossero buone guide, ma mi sbagliavo. Quella del Messico per lo meno è decisamente inutile. Sarebbe stato meglio portare un libro a caso di Baricco, e ho detto tutto.

L’incazzatura dura giusto il tempo di arrivare a Escarcega, ammirarne stupito l’impressionante bruttezza (poco più d’un parcheggio per camionisti, la definiva la mia amata Lonely) e partire per Xpujil. Arrivo a metà pomeriggio, trovo un posto dove dormire (chiamarlo albergo è troppo), porto i vestiti in una lavanderia e mi metto in caccia del passaggio per Calakmul. A Xpujil, che è un villaggetto polveroso, tutto si chiama Calakmul. C’è l’hotel Calakmul, il ristorante Calakmul, persino una ferramente Calakmul. Bene, penso, sono nel posto giusto. Entro nel bar Calakmul, ordino un caffè e chiedo: “Come faccio ad arrivare a Calakmul?”. La risposta mi gela: “In taxi”.

Ma non mi perdo d’animo. Esco e faccio la stessa domanda a una decina di persone. Negozianti, passanti, famiglie, persino un americano che fa jogging (che a Xpujil vive e insegna inglese: la gente è pazza). La risposta è sempre quella: prendi un taxi. Non ci credo, non può esser vero! Vado all’ufficio turistico pronto a una vibrante protesta, ma oggi è chiuso. A un certo punto, appena prima di arrendermi all’evidenza, progetto di rubare un’auto. Poi forse piango.

Torno alla stazione dei bus, vedo che in serata parte un pullman per lo Yucatán. Chiedo se ci sono posti e un ragazzetto mi dice di sì. Ce ne sono moltissimi, ma non posso prenotarli. Decido di prenderlo: andrò in Yucatán, perché no? Vado all’hotel-topaia a raccogliere lo zaino, in lavanderia a prendere i vestiti sporchi; torno alla stazione dei bus. Mangio un boccone al ristorante Calakmul e aspetto. Alle 10 di sera torno dal ragazzetto.
- Posso comprare il biglietto, ora?
- Certo, dice lui e diteggia sulla tastiera del computer. Poi alza la testa e dice sconsolato: “Non ci sono posti“.
- Come non ci sono, se ce n’erano tantissimi?
- Beh, ora non più. Qualcuno li ha presi tutti.
- E io come faccio ora?
- Beh, puoi prendere quello di domani mattina.
- E oggi, oggi dove dormo?
- C’è un posto economico, poco lontano da qui, risponde lui. E mi spiega come arrivare alla topaia.

Ma io da questo posto bastardo me ne voglio andare. Decido di prendere un bus per Escarcega, e poi da lì viaggiare di notte. Per dove, si vedrà. Compro il biglietto e aspetto. Dopo un’ora torno dal ragazzo. Gli chiedo come mai il bus non è ancora arrivato. Lui non lo sa. Io neanche. Va a telefonare. Finita la telefonata, con atteggiamento incredibilmente messicano, non dice niente. Allora gli chiedo: che fine ha fatto il bus?
- Arriva, tra un momento arriva.
- Ma cosa t’han detto al telefono.
- Ehh… posso vedere il tuo biglietto?
- Eccolo. Ma non è il mio biglietto, me l’hai fatto tu un’ora fa. Non l’ho portato io da casa!
(sono un po’ incazzato a questo punto)
- Sì, sì certo. Ora ti dico.
E torna a telefonare. Dopo dieci minuti attaccato alla cornetta torna dietro il suo banco, senza dir nulla.
- E allora?
- Arriva, un momento e arriva.
- Ma cosa t’han detto al telefono? Dimmi cosa ti han detto!
- Eh… che forse è già passato, senza fermarsi.

Ecco: a questo punto, con la situazione che ha superato i confini del surreale, mi metto a ridere. Ridendo esco dalla stazione, e vedo un autobus fermo dall’altro lato della strada. È molto conciato, il classico bus di seconda (o terza) classe. Penso: io ci provo. E chiedo all’autista se per caso va a Escarcega. Incredibile: va a Escarcega. Corro a recuperare zaino e soldi, e prendo al volo la corriera di seconda classe. Sporca, puzzolente, strapiena, con una ragazza che s’è sistemata su un materasso nel bagagliaio. Ma che esiste, perdio!

La giornata, lunghissima, finisce a Escarcega. Qui aspetto un pullman per Campeche, sulla costa. Parte a notte fonda, e devo aspettare tre ore in stazione. Ed è qui, nella stazione di Escarcega, che conosco Pedro. Un ragazzo sui 35, un po’ ubriaco, ma non troppo. Mi offre da bere e chiacchieriamo per una mezz’ora. Poi, improvvisamente, butta lì la seguente frase:
- Strano che ci siamo conosciuti proprio oggi… sai, ero uscito per suicidarmi, stasera.
Lo guardo per cogliere tracce di ironia. I messicani hanno un senso dell’umorismo macabro, alle volte. Ma Pedro non ride per nulla.

Penso che proprio questo mancava oggi, un aspirante suicida. Poi, mettendo insieme il mio scarso spagnolo, gli spiego perché non deve suicidarsi. Gli dico che siamo giovani, e ci succederanno un sacco di belle cose in futuro, e se uno si suicida non saprà mai quali sono. Lui non risponde, annuisce debolmente. Poi se ne va e mi lascia con un po’ d’angoscia. Chissà, forse in questa serata pazzesca che volge in notte ho davvero dissuaso un suicida.