Clandestino a Calakmul
- Visto che sai l’inglese possiamo fare così: io faccio la guida e tu traduci agli americani. In cambio io ti pago i pasti, l’albergo e le entrate in tutti i siti. Tu mi dai qualcosa per la benzina e siamo a posto.
Conosco Alfredo da due minuti e m’ha risolto la giornata. Anzi, di più: m’ha risolto un pezzo fondamentale del viaggio! Adoro i messicani come lui: un rotondetto, con l’aspetto malinconico che s’accende d’allegria quando meno te l’aspetti, con una risata che riempie l’ambiente.
Sono entrato in questo bar di Campeche per bermi una birra, e già che c’ero ho chiesto al barista se avesse idea di come arrivare a Calakmul. Così, per far due chiacchiere. Non potevo certo immaginare che avrebbe preso il telefono e detto al suo caro amico Alfredo di fare un salto al bar.
Alfredo fa il conductor per un’agenzia di viaggi. Organizzano tour guidati. Mi spiega che domani mattina ne parte uno: due americani han pagato uno sproposito per passare tre giorni ad ammirare rovine maya. Nel pacchetto era inclusa una guida che parlasse inglese; solo che la guida non c’è. Ed ecco la proposta di Alfredo: io mi unisco al giro e fingo di essere il traduttore. Ovviamente accetto, anche perché il secondo giorno si va a Calakmul.
Il giorno dopo, di prima mattina, conosco gli americani: una coppia matura, diciamo, lui sulla settantina, lei attorno ai sessanta. La signora, che ha lineamenti orientali, sembra parecchio incazzata. Mi accoglie ruggendo: “Sei la guida?”. E quando le spiego che no, sono solo il traduttore, sbotta: “Andate tutti all’inferno!”. E con in mano il depliant dell’agenzia elenca tutto quello che non le torna.
- Manca la guida che parla inglese
- L’auto è appunto solo un’auto, non una jeep
- La partenza era prevista alle 7, mentre sono già le 7.22
- Non c’è il sole, come previsto
Insomma, è una cagacazzo. Si parte in mezzo a un livoroso silenzio: i presupposti non sono granché.
Dopo un’ora cominciamo, timidamente, a parlare. Quando gli dico che sono italiano il clima si rasserena. Entrambi adorano l’Italia. Ma è solo un momento, perché Doug (il settantenne) commenta che in Italia facciamo delle armi fantastiche. “Armi?”, dico io e lui: “Sì, come il DF431 (nome a caso), un fucile fantastico per gli uccelli”. Io non mi trattengo e gli rispondo”Sì, sono sicuro che gli uccelli l’adorano“. E certifico una cosa ormai chiara: io e Doug ci detestiamo.
Sarà perché questo amabile vecchietto, alto e magro, con residui di un fisico atletico e movimenti ancor agili, che viene da Winchester, Iowa, è un fascista. Ma un fascista vero, uno che odia gli arabi e i neri, tanto che a proposito del disastro di New Orleans commenta che gli spiace dirlo, ma almeno un bel po’ feccia così è morta. Durante il viaggio mi dovrò mordere la lingua parecchie volte.
Il primo giorno visitiamo alcuni siti minori, diciamo, il più famoso dei quali è Edznà. Per la prima volta, provo la vertiginosa sensazione di salire su un’alta piramide maya. Dopo 20 metri di gradini ti senti in cielo: tutt’intorno le cime degli alberi formano un morbido manto verde, da cui risuonano le melodie di uccelli nascosti tra i rami. E intorno non ci sono le torme di turisti a guastare quest’attimo di libertà e gioia. Solo io e Doug, con cui scambio uno sguardo per una volta non ostile.
Per la notte, ci sistemiamo nelle belle cabañas di Zoh Laguna. Che è un paesotto piacevolissimo, anche se alle 9 di sera non c’è più nulla di aperto. Dopo cena mi bevo una birra con Alfredo (che davanti agli americani non beve, ma non è esattamente astemio) e poi vado a nanna. Abbastanza eccitato: l’indomani si va a Calakmul.
Quando la sbarra si alza e la macchina comincia a muoversi, pare d’entrare in qualcosa di segreto. La strada, anche se asfaltata, s’è fatta stretta, come assediata dalla giungla. Appena dentro Alfredo dice sornione: siamo i primi a entrare, oggi, dovremmo vedere un bel po’ di animali. Passa un minuto e un nugolo di tacchini selvatici ci sbarra la strada. Sono spaventati ma non troppo, e per un po’ ci fanno da guida: loro davanti, con la loro coda coloratissima, noi dietro. Poi, d’improvviso, si disperdono. E mentre mi chiedo che cosa li abbia fatti scappare, la risposta arriva da sé: un giaguaro attraversa la strada, rapido come un’ombra gialla. Questo è il benvenuto di Calakmul, che sorge in mezzo alla seconda biosfera più importante del Sudamerica, seconda solo all’Amazzonia. Qui si trovano tucani, scimmie ragno, pappagalli, aquile. E circa duemila giaguari, come questo che abbiamo intravisto. Probabilmente stava andando a letto, dopo una notte di caccia; poi ha visto i tacchini, e ha deciso di far colazione…
Fino al IX o X secolo dopo Cristo, Calakmul fu una superpotenza maya, la capitale di un regno conosciuto come Testa di serpente. Una città enorme, la più grande mai costruita dai maya. Ci abitavano, forse, 200 mila persone, su una superficie di 80 chilometri quadrati: la metà di Milano. Scoperta una cinquantina d’anni fa, è visitabile dagli anni ‘90, ma sono pochi i turisti che si spingono fin qui. Dieci anni di intensi lavori di restauro hanno portato alla luce il cuore della città; ma la gran parte degli edifici è ancora coperto dalla foresta.
Se si parte a visitarla dalla periferia, l’effetto è un crescendo di emozioni. Dalla vegetazione fitta - piena di una vita che s’intuisce nei versi dei pappagalli, nel ticchettio dei picchi, nelle urla delle scimmie - spuntano di continuo rovine maestose: piramidi, templi, altari; tutte raccolte intorno a piazze che un tempo erano decorate con splendidi stucchi. Poi, dopo un paio d’ore di esplorazione, si raggiunge la piazza centrale, dominata da due grandi piramidi, chiamate semplicemente edificio I e edificio II.
La prima, alta una trentina di metri, ha una struttura molto semplice. Appena alzo lo sguardo per osservarne la cima, mi appare una visione da sogno: un gruppo di aquilotti ha eletto la sua sommità a nido. La tentazione di salire è irresistibile: quasi di corsa salgo i gradini irregolari che portano in alto. Raggiunta la cima, mi volto a guardare il panorama, e mi blocco terrorizzato. Per un fottuto gioco della prospettiva, sembra d’essere su una piattaforma sospesa nel vuoto. E anche gli aquilotti, adesso, che presidiano la piramide e gli alberi tutt’intorno, ti ricordano una cosa essenziale: loro sanno volare, tu no. Il risultato è che la discesa è molto meno gloriosa della salita: procedo di sedere, con uno stile che dev’essere particolarmente goffo. Doug se la ride sotto i baffi. Poi si esibisce in una discesa quasi elegante, commentando: “Mi piace lo stile con cui scendi”. Bastardo, appena ne ho l’occasione gli strappo il catetere.
La seconda delle grandi piramidi ha un’architettura più complicata, perché - come facevano sempre i maya - a ogni volgere di secolo (cioè ogni 52 anni, per loro) aggiungevano un pezzo più esterno. Il risultato dà l’effetto di una montagna. Anche perché una buona parte è ancora ricoperta di vegetazione. Salire su questo colosso di 40 metri, la più grande delle costruzioni maya, significa dominare con lo sguardo l’orizzonte per moltissimi chilometri; dalla cima si vedono altre piramidi maya, una delle quali a El Miradór, in Guatemala.
Cinque ore sono appena sufficienti per vedere un pezzo di Calakmul. La gran parte della metropoli è ancora avvolta dalla foresta. C’è, da qualche parte, un campo di pelota, e sicuramente ci sono altre piramidi, e altri edifici meno imponenti. il sito è dal 1992 sotto la protezione dell’Unesco, ma prima che venga interamente recuperato passeranno decenni. O forse questo non accadrà mai. Perché a volte restaurare una città antica può significare distruggere pezzi di foresta, e questo non lo vuole nessuno.
Così gli alberi crescono, appena arginati dallo sforzo dell’uomo, e sono loro i veri padroni della città.
articoli