Un esordio col botto
“Uno scrittore così capita, se siamo fortunati, una o due volte ogni generazione”. Questo giudizio, dell’Observer, sarà anche eccessivo. Lo è senz’altro, anzi. Però Junot Diaz con La breve favolosa vita di Oscar Wao ha scritto qualcosa di grande. Di nuovo e tradizionale insieme. E tutto con una voce riconoscibilissima, che emerge leggera, esilarante, tragica a ogni frase.
La storia - quella di un ragazzo dominicano che cresce negli Stati Uniti, stretto da enormi appetiti che non riesce a soddisfare - si allarga come per cerchi concentrici, e da Oscar si passa alla sorella, poi alla madre, con pezzi di storia dominicana sparsi ovunque, specie nelle note.
Proprio le note hanno una funzione particolarissima di testo dentro il testo: sono a volte lunghissime, quasi volessero spingere il testo principale fuori dalla pagina (come dice lo stesso Diaz in un’intervista al manifesto). E sono politicamente scorrettissime! Un esempio?
“Pur non essendo in sé essenziale per la nostra storia, Balaguer lo è per quella dominicana, e quindi è necessario menzionarlo, anche se io preferirei pisciargli in faccia“

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sai quanti italiani, pardon, coglioni, potrebbero scrivere quella frase mettendo al posto di balaguer un altro cognome che inizia per b? e comunque non ha nessuna importanza, tanto tutti quelli non sarebbero in grado di scrivere un intero romanzo.