Bandele, Ali Banana e la guerra
Ragazzi di Birmania. Li chiamavano così, i soldati venuti dalla Nigeria, all’epoca colonia inglese, per combattere una guerra non loro. Nelle foreste birmane, intricate, misteriose, si sottoponevano a infinite camminate sotto piogge torrenziali, e cercavano i giapponesi, che erano loro nemici, anche se nessuno sapeva perché.
Giovani, orgogliosi, ma spesso spaventati, ubbidivano a ufficiali che, nel loro inglese d’Africa, diventavano il janar (generale), o il koftyn (capitano). Morivano a frotte, dilaniati da una mina, centrati da un giapponese, piegati dalla fame.
Ali Banana, a quindici anni, è un Burma boy. Come il padre dell’autore di questo romanzo, Biyi Bandele. Che per raccontare la guerra - una guerra ancor più assurda del solito, la guerra degli altri - sceglie il racconto fatto di microstorie. Assume il punto di vista dei soldati. Che di volta in volta litigano per questioni etniche, temono d’esser rapiti dagli alberi, si concedono speranze, s’abbandonano a nostalgie.
Ali Banana e la guerra è un bel libro; m’è piaciuto meno di Nudo al mercato, ma conferma il talento cristallino di Bandele.
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