Fuentes, Il trono dell’aquila

Da quanto tempo non leggete un romanzo epistolare? Dal giovane Werther, dalle Relazioni pericolse? Beh, il prossimo potrebbe, o dovrebbe, essere questo bel libro di Carlos Fuentes.

Siamo nel 2020 (anno palindromo…), e gli Stati Uniti hanno deciso che i loro vicini poveri (i messicani) non hanno poi tutto quel bisogno di tecnologia. Perciò il paese si trova, da un giorno all’altro, senza fax, telefoni, computer, televisioni, senza più nulla. Poco importa se ciò sia dovuto a un guasto (come giurano le istituzioni), o a un boicottaggio. Di fatto per comunicare resta solo la carta, le care vecchie lettere.

Questo stratagemma serve a Fuentes per dare il là a un romanzo politico, nel senso più bello, pieno e divertente del termine. Tra intrighi, passioni amorose, tradimenti, figure e figuri, tutti si disputano il trono dell’aquila (cioè la presidenza della repubblica messicana).

L’ambientazione nel futuro permette all’autore di inventare personaggi di fantasia, ma credibilissimi: il presidente pavido, la bella dama intrigante, il giovane delfino, l’ex presidente che rivuole il trono, e poi ministri e militari, grigi archivisti proletari e vecchi saggi (il Vecchio del portici, una specie di Andreotti messicano).

Ma ci sono anche figure che ben conosciamo, come Condoleeza Rice (diventata presidentessa degli Usa!) e un tale Silvio Berlusconi.
Così al racconto si mescola la satira; e ancor più la farsa, la descrizione di un paese da commedia popolato di maschere, vecchi saggi, irriscattabili buffoni.


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