Grossi, L’acchito
Questo secondo libro di Pietro Grossi - dopo lo splendido esordio di Pugni, libro di racconti - è più maturo ma un po’ meno bello.
Più maturo, perché Grossi sposta la lancetta delle generazioni un po’ in avanti, e racconta la vicenda di un trentacinque-quarantenne. E anche perché lo fa scegliendo il passo lungo del romanzo.
Meno bello, perché a tratti il libro pare forzato, un racconto illanguidito in romanzo, con episodi che sembrano affastellati per far spessore. E però, sia chiaro, rimane un gran bel libro.
Anche in questo Acchito, come nel primo racconto di Pugni, c’è lo sport. Lì era la boxe, qui il biliardo. Due sport diversissimi eppur simili, a pensarci. Il biliardo che dà senso alla vita di Dino. Quelle traiettorie certe, quei rimpalli per nulla casuali. A Dino piace calcolare e veder rispettati i suoi calcoli. Sul tavolo da biliardo s’inventa geometria esatti. Nella vita, poi, costruisce strade, assemblando ciottoli secondo incastri a lui solo noti.
Ma poi qualcosa si rompe. Sua moglie, sterile in teoria, rimane incinta. Il comune decide di sostituire i ciottoli con l’asfalto. Qualcuno comincia ad attentare alla quiete del suo paese di provincia. Bombe al municipio. E Dino uscirà da queste e altre vicende trasformato, uscirà dalla stasi di una vita perfetta e prevedibile, comincerà a decidere. Al dramma risponderà diventando se stesso.
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